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Silvia e la Colombia, due mondi che sembravano così distanti. Ma partiamo dall’inizio.

Compiuti i 23 anni ero scontenta di diverse cose, personali e professionali.

Tra le varie motivazioni c’era una cosa che faceva combaciare questi due lati. Mancava un pezzo del puzzle, un’esperienza che potesse farmi crescere personalmente e professionalmente.

Un’esperienza che mi mettesse alla prova in tutto e per tutto.

L’erasmus è una cosa che ho rimpianto negli ultimi anni. Ai tempi dell’università volevo terminare i miei studi al meglio e il prima possibile. Però, quell’esperienza internazionale, quel confronto culturale che tanto apprezzo durante i miei viaggi, quella sfida in un luogo diverso dal solito, è andato a farsi sentire nel tempo. 

Avevo 23 anni, ero pronta ad entrare nel mondo del lavoro, a ricevere un contratto, ma ho fatto un passo indietro, consapevole di ciò che mi mancava.

Conoscevo AIESEC tramite amici, le cui esperienze erano state tutte positive.

Mi sono iniziata ad informare e in meno di un mese avevo progetto e destinazione: due mesi in Colombia, l’altra parte del mondo, per aiutare a livello di comunicazione una piccola fondazione di Medellín

Spaventata, entusiasta, un mix di emozioni contrastanti, ma il 16 luglio 2019 ero su un aereo diretto Bogotà. 

Di spagnolo sapevo poco e nulla, avevo seguito qualche lezione prima della partenza.

Prima di catapultarmi nel lavoro di volontaria intrapresi un viaggio di due settimane in giro per la Colombia. Da Bogotà a Medellín, che sarebbe stata la mia futura casa, fino a San Andrés e Cartagena. Posti meravigliosi e una cultura che mi ha colpita dritta al cuore e conquistata.

cartagena

Il 28 luglio sono tornata a Medellín. Nonostante fossi stata accolta calorosamente dalla mia host family e da alcuni volontari, a lavoro ero da sola. Me medesima con una direttrice che il primo giorno mi disse chiaramente che era stufa di avere persone in mezzo ai piedi, che invece di aiutarla creavano solo problemi.

“Cominciamo bene” mi dissi. Sapevo quindi che c’era da rimboccarsi le maniche, ancor di più di quanto pensassi.

La fondazione si trovava a Niquitao, uno dei quartiere malfamati della città. Il suo obiettivo era migliorare il tessuto sociale di una società la cui povertà ho potuta toccarla con mano. 

L’edificio era vecchio, a due piani. Aveva quattro aule in cui si tenevano diverse classi. Ogni giorno più di una cinquantina di persone affollavano la fondazione, chi con la speranza di imparare un mestiere e trovare un lavoro in futuro, chi invece era anziano e cercava compagnia.

Le donazioni erano fondamentali, ma online la fondazione non appariva da nessuna parte, sembrava un fantasma. Non c’erano soldi per fare campagne e bisognava lavorare solo in organico. Lavorai sodo e riuscii a portare dei bei risultati, guadagnandomi la fiducia della direttrice.

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Nel frattempo continuavo a viaggiare nei weekend, con altri volontari e anche da sola.

Posti che mesi prima non mi sarei mai immaginata di vedere e di vivere. Di questa esperienza mi porto indietro tante emozioni, sensazioni, odori e sapori.

Il Deserto della Tatacoa, Jardìn, la Valle de Cocora. Il caffè negro, la frutta esotica a cui avevo paura di essere allergica, le arepas in ogni pasto.

Le escursioni in mezzo alla natura, la musica in ogni dove, i sorrisi delle persone e il “mi amor” di qualsiasi estraneo.

Le serate in discoteca, i concerti, le birre che volevo importare in Italia, gli amici da ogni dove, le lezioni di spagnolo all’Università di Antioquia.

mar rosado de colombia

Medellín è stata la casa che non mi aspettavo. Una città che nel mondo è diventata tristemente famosa per l’associazione con Pablo Escobar e anche per la serie Netflix “Narcos”.

Un ricordo doloroso che tutta la Colombia si porta dietro.

In realtà Medellín è bellissima e accogliente. Con bella non intendo esteticamente, in quanto agglomerato di case. Da quelle più povere ai grattacieli. Ha sicuramente alcune zone molto particolari, come la Comuna 13 o il bellissimo Parco Arvì. Ma Medellín è bella soprattutto per le persone che ci abitano, per l’atmosfera inconfondibile che trasmette.

È la città dell’eterna primavera, sia a livello climatico, essendoci una temperatura sempre simile tutto l’anno, sia a livello culturale. Sembra di vivere in una sorta di Coachella Festival, ma dal dna latino.

Medellìn, la Colombia, un’esperienza che mi ha cambiata.

La Colombia mi ha messa alla prova, mi son ritrovata a dover cavarmela spesso da sola, con una lingua che all’inizio poco conoscevo.

Mi ha fatto capire che la musica latina non è trash, anzi. Che è bello sentirla in ogni angolo, perché mette felicità. Mi ha insegnato che riesco a camminare per 6 ore e che noi italiani siamo quelli che prendiamo il caffè più amaro. Mi ha insegnato ad essere ancora più curiosa e quanto è utile sapersi reinvertare.

Mi ha insegnato a fidarmi del prossimo, ad affidarmi al prossimo, senza paure e pregiudizi. Ad ascoltare, a stare in silenzio e capire.

Mi ha insegnato che da sola posso farcela, ma sopratutto che viaggiare spesso è un dono.

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COMMENTI

  • Mapstr: una mappa per salvare i luoghi del cuore – Silvia Carucci 1 Giugno 2020 at 15 h 15 min

    […] Ti ho fatto venir voglia di viaggiare? Leggi questo articolo sulla Colombia […]