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Ryan Murphy è considerato tra gli showrunner più prolifici della storia della tv americana. Capace di districarsi tra i generi più differenti, porta sempre con sé dei valori che di volta in volta declina ad hoc per ogni serie tv.

Cos’è uno showrunner? Se in un film il regista è la figura più importante, nelle serie tv lo è lo showrunner, ideatore e sceneggiatore. Colui/colei che controlla l’intero processo di produzione, che letteralmente “lo fa correre”. Un altro importante showrunner che ho già citato è Matthew Weiner.

Tra i lavori di Ryan Murphy come non citare Glee e American Horror Story, per non parlare delle serie tv per Netflix, come Pose, The Politician e la neonata Hollywood.

Ma forse tutto questo non sarebbe stato mai creato se Murphy non avesse avuto una certa vita. Una famiglia di origini irlandesi molto cattolica, a cui fece coming out a quindici anni. Un certo tipo di carriera prima di diventare uno showrunner, come quella del giornalista e reporter.

Ryan Murphy è lo showrunner più eclettico della televisione americana, capace di conciliare un’anima queer, di nicchia, con una vocazione pienamente generalista (La nuova fabbrica dei sogni, a cura di Aldo Grasso e Cecilia Penati, ed. 2016).

Glee è sicuramente il suo “prodotto” più famoso, entrato a far parte dell’immaginario collettivo.

Una serie tv in cui le aule di un liceo diventano palcoscenico di tematiche di disuguaglianza, disparità sociale, in contesto da teen comedy che si unisce alla grande tradizione del musical americano. Ma non solo.

Con Glee possiamo cogliere quell’universo valoriale che è un po’ il marchio di fabbrica di Ryan Murphy. Infatti, una volta venuti a conoscenza di questo, saprete riconoscere le sue serie tv da molto lontano.

glee

Tutta la storia del coro di Glee è in fondo una metafora che rappresenta l’essere diversi e l’accettare con entusiasmo queste differenze, esprimendo se stessi indipendentemente da quanto sia difficile o da quanto si stia soffrendo.

(Ryan Murphy, intervista radiofonica per Fresh Air, 18 maggio 2009)

Cosa vediamo in tutte le sue serie quindi?

Sicuramente il suo eclettismo, accompagnato dal tema delle differenze e della ricerca di una loro possibile valorizzazione nella cultura e nella società contemporanea. L’eccentricità, la stravaganza, la difficoltà di farsi accettare dal mondo, l’ossessione per l’aspetto estetico e l’effimero.

Tutto ciò infatti lo ritroviamo anche nell’ultimissima serie di Murphy, Hollywood, da poco uscita su Netflix.

Ah si, molto spesso ritroviamo anche gli stessi attori, come Darren Criss, che ha recitato anche in Glee, American Horror Story e American Crime Story.

serie tv hollywood

Quale luogo migliore di Hollywood per dar pieno sfogo all’eccentricità? Anche la scelta del periodo non è casuale.

Una Los Angeles post guerra, dove i protagonisti cercano con forza di arrivare a realizzare i propri sogni, in un momento storico in cui essere una donna, essere di colore e/o essere omosessuale mette a rischio la propria vita. Razzismo, disparità di genere, disuguaglianza sociale, necessità di affermarsi.

Di nuovo, tutte le tematiche care a Ryan Murphy le ritroviamo in questa serie tv.

Sogno e disincanto, un ambiente patinato che nasconde tutto il suo marciume. Il vero dietro le quinte del sogno americano. Personaggi dalle vite vuote o spezzate, incapaci di trovare il proprio posto nel mondo. Disposti a tutto pur di arrivare ad essere ciò che vogliono. Un mondo in cui la parola sogno ormai è alla mercé di chiunque.

Non a caso la parola segreta della stazione di servizio è “Dreamland“.

O almeno questo è il mondo che ci viene mostrato all’inizio, un mondo senza speranza.

Poi il “miracolo”, il coraggio, la sfida, la voglia di rivalsa che porterà al lieto fine.

Il film in produzione, Peg (poi Meg) non è una scelta casuale. Una donna che si suicida per una carriera finita, una scelta che nemmeno il suo grande amore potè evitare. Il sogno non realizzato, l’oppressione di un industry, di cui tutti sono in balia, capace di distruggere carriere e vite.

Ma con l’episodio “Il salto” cominciamo a intravedere come Murphy abbia voluto dare un finale differente e una diversa chiave interpretativa a una Hollywood che fino ad allora, possiamo dirlo, ci ha fatto ribrezzo.

Questa industry, nelle mani giuste, può trasformarsi nel più grande mezzo per diffondere un messaggio speranza nel mondo. Arrivando a toccare le vite di tantissime persone (basti pensare all’ultimo episodio).

Il finale è quello perfetto, quello bonario, l’happy ending degno di un film Disney. È un’ode d’amore verso il cinema e il suo potere, verso la consapevolezza di ciò che un film può fare. Un finale sognante, a conferma di essere un prodotto firmato Ryan Murphy.

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